Circolare legaleGli insulti proferiti via social dal lavoratore configurano giusta causa di licenziamento

15 Novembre 2021

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 27939/2021 ritorna sui profili della condotta disciplinare del lavoratore che pubblica sul proprio profilo social frasi offensive nei confronti dei propri vertici aziendali.
Le parole chiave della sentenza:

Pubblicazione di contenuti via social: La Suprema Corte, dopo essersi soffermata brevemente sulla distinzione tra la comunicazione intercorsa tra privati da un lato e la pubblicazione di contenuti a “dominio pubblico” dall’altro, afferma espressamente che lo strumento (social network) utilizzato dal lavoratore è di per sé idoneo a determinare la diffusione del messaggio tra un numero indeterminato di persone.

Insubordinazione: Secondo una definizione ormai consolidata della giurisprudenza di legittimità, per “insubordinazione” non si intende solamente il mero rifiuto da parte del lavoratore di non eseguire la prestazione lavorativa, ma lato sensu, essa implica necessariamente qualsiasi altro comportamento atto a pregiudicare l’esecuzione ed il corretto svolgimento delle disposizioni nel quadro delle disposizioni aziendali.

L’accertamento della condotta del lavoratore: La necessità di accertare la sussistenza del comportamento di “grave nocumento morale e materiale”, come espressamente sancito da costante giurisprudenza di legittimità, si pone nel caso in cui esso sia elemento integrante la fattispecie prevista dalle parti sociali come giusta causa di recesso.
La necessità di accertamento in sede giudiziale della condotta del lavoratore non ricorre nel caso in cui l’elemento del “grave nocumento morale o materiale” sia già espressamente tipizzato dalla contrattazione collettiva.

 

Per il provvedimento completo: Corte di Cassazione, sentenza n.27939/2021